Le fantasie delle giovani promesse dell’Atletica ammesse al College di Formia cominciarono ad essere riportate alla realtà all’atto della convocazione nell’Aula multifunzionale al fine di conoscere la dirigenza della Federazione e della Scuola, oltre apprendere le regole che gli allievi del College erano tenuti a rispettare in modo rigoroso, senza deroghe di alcun tipo. Da quel momento iniziava una nuova vita, nel cui ambito il College si configurava più propriamente come un collegio.
Le scuole da frequentare erano quelle statali esterne, senza alcun privilegio, senza alcuna attenzione particolare riservata a coloro che avevano gravosi impegni di allenamento, praticamente doppi, nel vero senso della parola, rispetto ai coetanei. Anzi, la particolare esposizione verso i compagni di scuola, agli occhi dei quali gli “atleti”, così definiti, erano tenuti a impegnarsi nello studio anche più del dovuto per non fare “figuracce” nelle interrogazioni, tipo fare “scena muta” o magari dire castronerie, proprio perché visti, volenti o nolenti, sotto una luce diversa che spesso era causa di una involontaria e pericolosa sovraesposizione, specialmente sul piano psicologico. Naturalmente, i risultati non erano sempre dei migliori, anche se una delle linee di demarcazione per essere riconfermati al College, oltre ai risultati sportivi, era proprio la promozione scolastica.
Insomma, la tanto desiderata normalità da parte di giovani ancora pressoché adolescenti, quali erano gli ammessi al College rischiava, senza un adeguato autocontrollo, di essere compromessa a causa di una vetrina in parte appagante, ma anche facilmente accecante e nemica.
A seguire, gli allenamenti. Arrivati tutti con sulle spalle due, tre, massimo quattro allenamenti settimanali, l’ipotesi a tendere era quella, per tutti, dei sei/ sette allenamenti settimanali, uno al giorno. E il giorno cosiddetto di riposo per tutti gli altri cristiani era quello dedicato all’allenamento più lungo, più intenso, più faticoso.
L’introduzione a questo regime di vita chiamato, appunto, College, presso la Scuola Nazionale di Atletica Leggera “Bruno Zauli” era di fatto affidata o, meglio, se ne faceva carico per onor di qualifica direttiva il Cavalier Elio Buldrini, non sapendo o ben sapendo che sarebbero arrivati in capo alla sua persona i mugugni, se non addirittura gli improperi, da parte dei nuovi allievi. I quali si aspettavano, per contro, di vivere l’allontanamento da casa come una liberazione da certi vincoli disciplinari.
Invece, la nuova scelta di vita comportava necessariamente serietà e disciplina addirittura più che a casa propria, nel rispetto degli impegni presi verso la Scuola stessa e la Federazione da una parte e dall’altra verso le famiglie che affidavano i propri figli a un’Istituzione che poco conoscevano ma che di nome e di fatto assicurava la massima affidabilità. Affidabilità di natura prevalentemente educativa, laica sì, ma con particolari connotati un po’ gesuitici nella ricerca del meglio in campo educativo e sportivo, integrati, viceversa, con regole un po’ salesiane nella sostanza e nello stile di vita quotidiano. Era sostanzialmente il portato di un’Atletica ancora vissuta come una religione laica con tutti i pregi che ne derivavano, con i suoi canoni, le sue liturgie e le sue musiche: il silenzio.
Checché se ne dica, tutto questo impianto di regole iniziali e di eventuali concessioni ottenute un po’ alla volta, meritandole, era affidata alla figura del Cavalier Elio Buldrini, proveniente non a caso dalle fila dei Giudici di gara dell’Emilia Romagna, voluto in quella veste da chi aveva ideato, progettato e realizzato la Scuola di Formia, il dottor Bruno Zauli, Segretario Generale del Coni e Presidente della Fidal.
Oltre alla garanzia dovuta alla scelta fatta direttamente da Zauli, Buldrini godeva di una copertura istituzionale in ambito federale. A ribadire, infatti, questo ruolo di Direttore con le relative attribuzioni amministrative e con le competenze disciplinari, intervenivano due massimi esponenti della Federazione. Prima di tutto la persona che più metteva soggezione ai giovani allievi, il dottor Pasquale Stassano, vera anima pensante della Federazione, al quale venivano attribuiti fantasiosi poteri paranormali che egli stesso contribuiva ad alimentare con uno sguardo ipnotico, oppure cimentandosi con giochi di prestigio che consistevano nel maneggiare al limite dell’equilibrio certi oggetti come le palle del biliardo o le carte da gioco. Assieme a lui interveniva il Direttore tecnico nazionale Giorgio Oberweger, che nelle sue incursioni presso la Scuola, senza mai abbandonare i suoi modi apparentemente distratti e svagati, teneva tutto sotto controllo, compreso un senso e una gestione della disciplina fatta di alternanza tra impegno serio, altamente motivato e riposo attivo, fatto anche di disimpegno intelligente, possibilmente in allegria.
Per tornare alla figura del Direttore del College, il Cavaliere, titolo cui teneva molto e che in mezzo a tutti i professori e i dottori che frequentavano quell’ambiente lo contraddistingueva, appunto, immediatamente, era persona tutta di un pezzo, senza troppe sfumature di tipo sentimentale, neppure verso i giovani atleti. Era comunque la persona giusta per far rispettare le regole dettate dalla Federazione e dal Coni, se non addirittura, da dietro le quinte, dallo stesso Zauli. Anche, e soprattutto, per la conservazione del patrimonio impiantistico, bellissimo nella sua completezza architettonica, logistica e abitativa per svolgere un’attività sportiva al massimo livello e per un soggiorno anche prolungato molto confortevole. Per il quale il progettista, architetto Annibale Vitellozzi (siamo ancora negli anni Cinquanta) aveva pensato proprio a tutto. In questo senso, oltre alla pista, al pistino coperto, alle foresterie, alla biblioteca, alla sala giochi, al biliardo, alla Chiesa, piace ricordare, per rimarcare il livello socio culturale della visione che aveva guidato il progetto, la sala della musica, con impianto stereo d’avanguardia, molto frequentata dagli atleti. C’era tutto quanto era ritenuto necessario per soddisfare le esigenze più avanzate in termini sportivi, culturali e di benessere da parte degli atleti e dei loro allenatori.
Oggi tutto questo è stato trasformato in alloggi per assicurare una maggiore capienza e per ottenere maggiori ricavi (nuova voce dalla ricaduta molto pesante sul bilancio economico patrimoniale dell’Ente pubblico Coni), fatalmente a scapito di altre esigenze.
Ultimo, per sua scelta, ma non ultimo per ruolo giocato, veniva il professor Nicola Placanica. Anche se poco elegante, manifestava con forza la sua dignità di Direttore tecnico e, come tale, vestiva come se indossasse rigorosamente la divisa da lavoro: tuta ben conservata, ma che risaliva a qualche anno addietro, con la parte delle ginocchia rigonfia fino alle caviglie, baschetto blu a coprire la testa ormai priva di capelli, giubbotto di pelle di quelli che sembrano eterni e che si presume avesse da sempre, ma che per nessun motivo avrebbe sostituito con uno nuovo, anche se le tasche abituate ad accogliere due grosse manone erano ormai irrimediabilmente deformate. Incapace di consumare alcunché di genere materiale e pochissimo di genere alimentare, candidamente si dichiarava ghiotto di acqua fresca di rubinetto e di riso in bianco. Quando il professore doveva amministrare fondi della Federazione, specie per spese per la sua attività, tirava al massimo risparmio. Tant’è, sempre per “far risparmiare la Federazione”, come diceva lui, in treno viaggiava di notte e in seconda classe; quando realizzava dei filmati didattici, materia della quale, assieme al professor Luciano Fracchia, era un precursore, lavorava sui negativi per non gravare, a carico della Federazione, sui costi di sviluppo e stampa. La sua vita era contrassegnata da queste forme virtuose di economia che tagliavano alla radice la pur minima forma di sperpero di denaro pubblico. Non era solo onestà, era, soprattutto, atteggiamento etico verso la cosa pubblica, proprio di un pensiero forte la cui osservanza così stringente rischiava di non essere ben compresa fin in fondo. Questo comportamento non lo faceva ricco, come succede in molti casi, ma era controbilanciato da un altro aspetto della sua natura, la generosità e la disponibilità verso gli altri.
Questa natura, appunto, semplice e complessa nello stesso tempo, armonica e gentile nei modi e disarmonica nella presenza e nei movimenti, balzava agli occhi già nel primo contatto con la sua persona che sovente avveniva, appunto, al primo incontro formale e ufficiale. Dopo il cavalier Buldrini e, quando presenti, Stassano e Oberweger, prendeva la parola lui, con toni pari alla stazza dell’omone massiccio che era, arricchiti da mille sfumature della voce, da quella dell’allenatore che guidava l’allenamento dall’altra parte del campo a quella dell’amico fraterno o del padre che ti si avvicinava per dirti le frasi più incoraggianti di cui era capace. E allora veniva voglia di soffermarsi ad esaminare anche fisiognomicamente questo personaggio defilato ma presentissimo, taciturno, quasi muto, ma all’occorrenza capace di farsi sentire con una gamma di sfumature del tono della voce degne del miglior vocalist musicale, quindi piacevole da ascoltare, naturalmente, soprattutto, per i contenuti delle sue parole di natura tecnica, psicologica, motivazionale. Non si poteva non essere colpiti da certe particolarità del volto, come la sagoma facciale, non certo iscritta in un ovale rinascimentale bensì in un rettangolo un po’ sbieco con un naso aquilino parallelo al lato non diritto del volto, però con due occhi più chiari del cielo, incapaci di espressioni che non fossero di persona buona, comprensiva e affabile. Insomma, un viso a prima vista non bello, ma capace delle migliori espressioni di una bella persona. Se le infrastrutture e la parte logistica con tutto quanto comportava, compresa la disciplina collegiale, si reggeva sulle spalle del Direttore del Centro, la vera vita sportiva e quella relativa alla crescita umana e educativa degli studenti del College – alcuni dei quali divenuti atleti di altissimo livello, ma anche qualificati dirigenti e professionisti sempre in ambito sportivo, come se avessero frequentato un vero e proprio Seminario laico – era affidata a Placanica.
Questo personaggio francescano lavorava dalle quattro/cinque del mattino fino a tarda sera e faceva, a modo suo, convivere il lavoro sul campo con quello a tavolino con l’obiettivo di sistematizzare i risultati pratici con le previsioni teoriche, ancora ai primordi. Per l’analisi del gesto si avvaleva, così come l’amico e collega prof. Fracchia, della innovativa cinematografia ultrarapida che gli consentiva di studiare tempi di attacco e stacco e angolatura degli arti nei vari gesti atletici, prima di allora affidati all’occhio più o meno capace ed esperto dei tecnici cosiddetti empirici. Così, i cassetti della sua scrivania mano a mano si riempivano di dati di ogni genere: biomeccanici, tecnici, medici, fisiologici, psicologici e quant’altro, che in nuce costituivano le premesse scientifiche di quella che progressivamente stava prendendo forma come Metodologia dell’allenamento e della Scienza dello sport. Ambiti scientifici che avrebbero trovato piena formalizzazione istituzionale e accademica nella Scuola Centrale dello Sport. La stessa Scuola di Formia sarebbe diventata – sotto la guida di uno degli allievi del College che aveva completato il ciclo virtuoso da allievo a Direttore della Scuola stessa – il primo Laboratorio dell’alta prestazione, direttamente collegato alla Scuola Centrale dello Sport e all’Istituto di Medicina e Scienza della Sport del Coni di Roma. Qualcuno, e dovrebbero essere tantissimi, a misura di quanti hanno beneficiato della sua attività di allenatore, di docente e di metodico osservatore e analizzatore del gesto atletico, dovrà pur farsi promotore della necessità morale di non far cadere nell’oblio la figura del direttore tecnico della Scuola Nazionale di Atletica Leggera, il prof. Nicola Placanica. Certamente da sé non ha fatto nulla per essere ricordato e per ricevere riconoscimenti, non certo perché non lo meritasse, ma perché era nella sua natura e cultura: dare e mai ricevere, mettersi a lato e inserirsi, comunque con cognizione di causa e, allora sì, con forte personalità perché era il suo momento di educatore e di tecnico contemporaneamente. Con la lungimiranza di chi non solo ha un progetto, ma anche di chi coerentemente dà tutto di sé per realizzarlo.
Diciamo tutti, ma proprio tutti: Grazie Professor Nicola Placanica! Grazie Cavalier Elio Buldrini!
Gianfranco Carabelli