24/11/2025

Sembrava impossibile che l’Italia potesse rivincere la Coppa Davis dopo il successo del 1976, nella pur contestata trasferta in Cile. Eppure ne abbiamo vinte altre tre di seguito, anche senza Sinner e Musetti, prova di una nazione con un ricambio all’altezza del resto del mondo. Berrettini e Cobolli lo hanno dimostrato, con un doppio che, se sceso in campo, non avrebbe temuto nessuna coppia al di là della rete. Il tennis italico è esploso senza possibilità di sgonfiarsi, l’atletica dopo le cinque medaglie d’oro ai Giochi di Tokyo ha messo su una squadra all’apice dell’Europa; gli altri sport, a parte il calcio azzurro, non sono lontani dal sognare e ottenere medaglie olimpiche. Insomma, sembra proprio che lo sport della nostra penisola sia in ottima salute, nonostante le strutture che possediamo. 

Dopo quasi mezzo secolo sono tornato nella scuola che mi ha consegnato la maturità nei miei anni più vulnerabili. Se c’era un’ora che mi rallegrava era quella di educazione fisica, dove il nostro professore tentava di avvicinarci all’arte del movimento con la ginnastica, il salto in alto, delle sporadiche corse campestri, ma soprattutto con la pallavolo, sport di elezione nelle palestre delle scuole. 

Giocavamo con le linee di fondo tracciate sulla parete perché il campo non riusciva a contenere lo spazio: se la palla superava la linea disegnata sul muro era considerata out. Era una di quelle scuole conosciute nel centro di Roma, penso lo sia rimasta anche ora; anzi, penso proprio che sia rimasto tutto uguale, persino le strisce sono state lasciate su quelle mura perché la palestra è rimasta tale e quale agli anni Sessanta. 

Come facciano gli atleti azzurri a raggiungere tali vette con queste attrezzature (Coppa Davis, tornei dello Slam, medaglie olimpiche e altre imprese) resta un vero arcano, campioni naturalizzati o meno. 

E dunque, dovrà passare un altro mezzo secolo per non vedere più quelle strisce sulla parete?


Maurizio Ruggeri 



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