Quando seppi che Philippe Petit, il 7 agosto del 1974, era salito sul tetto di New York per attraversare i grattaceli più alti del mondo, dalla Torre Nord a quella Sud, prima di tutto cercai di capire come avesse fatto quel funambolo francese a salire indisturbato fin lassù, portandosi dietro un cavo d’acciaio di una sessantina di metri, dal piano terra fino al centodecimo piano del World Trade Center.
La storia è ricordata in un film, diretto magistralmente da Robert Zemeckis, che non poteva avere titolo più esplicativo: The Walk.
Più che per quella passeggiata sopra le nuvole a 417,5 metri di altezza, non mi capacitai per come quel folle fosse riuscito ad aggirare i controlli di sicurezza, per salire fin lassù con due compagni di ventura che lo aspettavano sulla Torre opposta; impresa quasi più assurda della sua camminata senza protezione ripetuta più volte, prima di finire nelle mani dei poliziotti.
Nello sport le imprese non finiscono mai di stupire, magari non sono così estreme come quella di Philippe Petit, ma di storie sorprendenti ce ne sono a centinaia.
Il 20 agosto del 1977, il ventunenne britannico Steve Ovett, dopo essere salito alla ribalta internazionale con la sua prima grande affermazione sui millecinquecento metri alla Coppa Europa di Helsinki, decide di stravolgere i suoi piani in vista dell’evento più importante dopo l’anno olimpico di Montreal: la Coppa del Mondo che lo avrebbe visto scendere in pista il 3 settembre a Düsseldorf per difendere l’Europa sui millecinque.
A sole due settimane da quello che poteva considerarsi il vero Mondiale dell’Atletica, avendo rinunciato a una gara sulla sua distanza di miler a causa del maltempo, Ovett sceglie di accompagnare il suo compagno di allenamenti Matt Paterson alla mezza maratona di Dartford, solo per sostenerlo.
Risalendo le sponde del Tamigi, mentre era in macchina, a Ovett venne improvvisamente l’irresistibile prurito di correre quella distanza di 21 chilometri, nonostante la preparazione oramai affinata per la Coppa del Mondo.
Paterson non volle crederci, cercando più volte di dissuaderlo da quella follia che avrebbe potuto rovinargli la finale mondiale in pista. Ma con quel ribelle di Ovett non la si poteva spuntare.
Senza l’equipaggiamento per correre, rimediò scarpe e calzoncini per partire accanto a nomi di calibro come Barry Watson e altri maratoneti di valore internazionale. C’era da portarsi via il primo premio e spartirselo con il suo inseparabile compagno di allenamenti.
Andandosene intorno all’ultimo chilometro, sbaragliò il campo in un’ora, cinque minuti e trentotto secondi, staccando di 21” Barry Watson con un finale degno del suo insuperato kick, il suo cambio di passo che due settimane dopo nello stadio di Düsseldorf fece urlare al telecronista Ron Pickering: “An’ Ovett goes!... And there’s one man blazing speed that has torn this field asunder!
(E Ovett va! E c’è un uomo che con la sua velocità ha fatto a pezzi questa pista!)
Aveva letteralmente spezzato la curva in due, creando un canyon tra lui e gli inseguitori, tanto da costringere il fresco campione olimpico John Walker ad abbandonare.
Mai su questa nobile distanza del mezzofondo veloce si era visto un cambio di ritmo così devastante. C’erano stati Herb Elliott, Peter Snell, Jim Ryun, Filbert Bayi, John Walker…, ma nessuno era stato in grado di uscire dal gruppo come un proiettile lanciato su quella distanza, la distanza dove prima di giocartela nell’ultima curva devi muovere bene i tuoi pezzi sulla scacchiera.
Maurizio Ruggeri